Il movimento del corpo libero

La smaterializzazione del corpo, l’irrilevanza del suo sesso è, di fatto, irrilevanza del sesso femminile ed ha come risultato (e intento?) la cancellazione delle esclusioni e delle mortificazioni a cui questo corpo è ancora sottoposto, nonché l’indifferenza verso le sue pratiche di liberazione, poste in essere dal sapere e dalla ricerca femminista. Veniamo escluse in quanto donne, siamo oggetto di violenza in quanto donne; abbiamo ricostruito il nostro valore in quanto donne, non in quanto corpi astratti.

Non ha fondamento l’idea di una realtà sociale, materiale, culturale del corpo astratto dal suo sesso, se non quello dell’ideologia; quell’ideologia situata in un corpo nascosto (maschio) per definire l’altra, che ha invece un corpo scoperto (femmina), definito dal primo specularmente a sé, ammantandosi di astrazione[1].

La rigida separazione tra femminile e maschile e la conseguente definizione del femminile come derivato dal maschile e oggetto di sapere del maschile, separazione che dal corpo ha generato le sue distorsioni e strumentalizzazioni, non sono invenzione e costruzione delle donne, che invece hanno messo in discussione gli assunti dai quali è derivata la costruzione ideologica della nostra invisibilità e marginalità: è il soggetto maschile autonominatosi assoluto, dal suo punto di visione maschiocentrico, fallocentrico, ad aver generato, costruito questa separazione con tutti i suoi significati e informato, determinandoli, tutti i suoi apparati e che ora vorrebbe affermare una irrilevanza corporea che ne cancella le sue tracce.

Le donne, a cui ontologicamente è assegnato il ruolo di oggetto, partono fin dalla nascita, anzi da prima di essa,  da un disvalore implicito (e attribuito) il cui punto di ancoraggio è il corpo.

Questo processo storico di falsificazione è stato analizzato, svelato e messo in discussione dal femminismo in ogni ambito del sapere. Noi donne abbiamo fatto i conti con tali distorsioni e strumentalizzazioni, in tutte le loro forme di espressione e non solo attraverso l’analisi del potere che tenta di imporle, la cui manifestazione si mostra più evidente degli assunti che sottende.

  Le dinamiche inclusive ed escludenti e le loro risultanze non delineano semplicemente una mappa di quel potere che insiste dall’esterno e che dall’esterno si manifesta e si istituisce, ma si servono di dispositivi che, insinuandosi nell’umano e agendo su piani diversi in modi ben più sofisticati dell’oppressione o non solo dell’oppressione, si radicano in un già dato e in attribuzioni di valore che definiscono posizioni nel mondo, prima tra tutte quella di oggetto e soggetto [2].

  Le donne, a cui ontologicamente è assegnato il ruolo di oggetto [3], partono fin dalla nascita, anzi da prima di essa,  da un disvalore implicito (e attribuito) il cui punto di ancoraggio è il corpo: nascere donna quindi sta a significare, negli scambi di valore sociale e senso sedimentati, essere portatrice di un disvalore e implica, come primo doloroso passaggio verso la liberazione, la presa di coscienza di questa posizione assegnata all’esistente donna: è la contraddizione che noi donne viviamo a un certo punto della nostra vita, quando avvertiamo il disagio di una appartenenza culturale così delineata, quando comprendiamo di essere il “fuori scena” e di incarnare una rappresentazione in negativo per poi rigettarne forme e contenuti, metterla in questione, andare alla ricerca delle altre e cogliere opportunità e potenza proprio dalla contestualizzazione e ridefinizione di quel “fuori scena”.

Essere il “fuori”, recuperarlo in un’altra dimensione di senso non gerarchizzante, a un certo punto, può far segnare una distanza da qualsivoglia forma di complicità con quel “dentro”, che definisce l’inclusione a condizione della perdita di sé, o della propria mitigazione, e offre la possibilità di assumersi finalmente la responsabilità e l’opportunità di uno sguardo autentico e di un pensiero sull’esistente rinnovato, differente, valorizzante. Elemento imprescindibile di tale passaggio è la restituzione di responsabilità all’ideatore di tali elaborazioni e la messa in questione dell’esecutore materiale nella storia di una cultura che, pur manifestando e dichiarando in sé principi di uguaglianza, libertà e giustizia sociale , mette all’opera un lavoro più o meno sotterraneo di depotenziamento basato sul sesso. Tale lavoro di ricerca e restituzione di responsabilità, di dissotterramento, di scavo sui significati, che si fa parola e corpo recuperando interezza, subisce costantemente operazioni di distoglimento, distrazione, erosione.

Noi donne, che abbiamo saputo e sappiamo riconoscere le manifestazioni di una presenza ingombrante che ci pensava e voleva “fuori”, fatichiamo oggi a riconoscere in tali operazioni disturbanti, ancora, l’impronta di quella presenza assoluta e assolutizzante che non tollera che osiamo concentrarci solo ed esclusivamente su di noi e che, pertanto, si serve ora dell’inclusività agendo con agio sul senso di colpa istillato per tentare di distoglierci da noi stesse. Accade dunque che si chieda al femminismo, e che questo spesso si presti, ignorando o facendo finta di non sapere che già esso contiene tutte le declinazioni dell’esclusione[4], che si faccia ricorso a una inclusività che ne mina la fondamentale radicazione nel corpo, pretendendo ancora una volta che le donne facciano spazio, si aprano ad una nominazione altra che di fatto ci disloca da noi stesse e che vorrebbe convincerci a rinunciare a nominare la forma di esclusione e di autoriconoscimento da cui il femminismo prende le mosse. Questa pretesa, non accontentandosi di essere parte di un discorso o di affiancarsi ad esso dal suo luogo di enunciazione, vorrebbe che il femminismo rinunciasse e abdicasse a sé stesso, insistendo su quell’idea, insana e così devastante per noi, che ci vuole accudenti e includenti in un modo che ci devasta anziché arricchirci, che ci cancella anziché affermarci.

La pretesa di cancellare il corpo pensante che ha fatto e fa la nostra ricca storia, per fare spazio ad altre istanze (spazio che il femminismo già contiene in esso, ripetiamo) diventa dunque una richiesta che non può trovare rispondenza, una richiesta che il femminismo oggi dovrebbe avere il coraggio di rigettare e a volte anche ignorare, per potere procedere sulle proprie solide gambe, senza intralcio alcuno.

In questo senso dunque rivendicare un corpo femminile, come dato di realtà e verità, un corpo “storico” che non diventa femminile semplicemente con un atto di volontarietà, vuol dire semplicemente denunciare la sua cancellazione strumentale: cancellazione del corpo e dei significati ad esso attribuiti dal maschile, indissolubilmente legati alle  “giustificazioni” delle diverse forme della violenza e dell’esclusione. Cancellare il sesso dei corpi sta a significare la cancellazione del corpo femminile, del disvalore ad esso attribuito e del valore riassegnato a sé, frutto di un processo personale e politico complesso, lungo e con un portato di verità non riducibile. Affermarne l’esistenza, da un lato impedisce che questo processo di significazione in negativo venga negato e dall’altro afferma un’ esperienza di valore che nella storia testimoniamo. Stupisce, anche se poi non del tutto alla luce di quanto fin’ora detto, che attribuirsi valore in quanto donne, che sono riuscite a riconoscerselo nonostante tutto, venga inteso come esclusione di altre soggettività, che forse dovrebbero dirigere le loro critiche allo stesso enunciatore che ha ridotto le nostre esistenze anziché a chi questa riduzione vorrebbe contrastarla.

I fraintendimenti che seguono al porre tale discorso rendono intercettabile una insistenza nel voler vedere esclusioni laddove non ci sono e laddove si affermi un luogo di enunciazione sessuato, come se il discorso sulla propria storia in quanto donne, portasse in sé e non per quello che intende dire raccontando la sua verità,  elemento di disturbo.

Questo corpo ancora escluso, ancora imbrigliato nelle mille difficoltà, ostacolato in ogni ambito, dovrebbe anche negli aspetti più intimi e profondi, avere un’origine non sua il cui elemento fondante è abdicare completamente, preventivamente, al tempo e allo spazio del suo movimento libero.

Disturba che noi donne rivendichiamo l’origine delle nostre elaborazioni e ancor di più che osiamo continuare a nominarci come soggetti corporei di sesso femminile. Abituate nella storia a incarnare elementi di disturbo, limite, ostacolo, senza riscontro alcuno di tali misfatti, essendoci negate ancora oggi opportunità di manifestarci nella nostra interezza, continuiamo ad esistere coi nostri corpi, senza paura di nominarli e considerando, noi, e ne abbiamo prove, elementi  disturbanti chi ci si voglia ancora attaccare alla gonna (e ai pantaloni) ed abbia terrore della nostra autonomia. Ma accade anche altro. Come si fa nelle battaglie più vili, ci si è serviti delle parole della nostra libertà, per tentare di ricondurci al loro ordine, di nuovo. Così l’uguaglianza è diventata identità, per essere accettate dovremmo essere a loro identiche, mentre gli spazi in cui ci inseriamo sono a loro misura e noi identiche non siamo, per fortuna. Così la riduzione all’altro in tutti i suoi aspetti è dovuta diventare “libera”; non solo quindi una necessità nella sopravvivenza, ma qualcosa di desiderabile, frutto di una “libera” scelta. Masochisticamente compiacenti, dovremmo rinunciare alla possibilità di esistere per noi delineata dal femminismo, per ritornare a prestarci agli altri, ma stavolta dichiarando di volerlo; oggi la nostra volontà non può essere ignorata, deve però essere necessariamente plasmata e ridefinita in quegli orizzonti di senso designati da sempre. E così inventano donne parlanti (straparlanti?), che dichiarano di desiderare di prestare o vendere il proprio corpo agli altri, abdicando al suo movimento libero nello spazio tempo, sospendendo il contatto con loro stesse, volontaristicamente. Interruttori umani (o disumani) che dovrebbero provare gioia o una qualche soddisfazione, nel sospendere il contatto con la propria sessualità e i propri desideri. Macchine da “sesso”, che sesso non è, o da riproduzione. Pronte all’uso in una dimensione desiderante (di potere? Dominio? Realizzazione di desideri irrealizzabili senza strumentalizzazione? Mortificazione nella rinuncia di sé?) non propria; disposte a piegarsi al tempo di altri, all’origine di una voglia o di un progetto che non sono nostri. Così pensano di poter delineare, inventare ancora, un tempo e un movimento del corpo intermittenti, il cui ritmo è determinato al di fuori del corpo stesso, la cui origine è ancora una volta altra da sé. Origine, ritmo, movimento, spazio, tempo, parola, tutto dell’umano vorrebbero appartenesse loro. Questo corpo ancora escluso, ancora imbrigliato nelle mille difficoltà da loro generate e perpetrate, ostacolato in ogni ambito, dovrebbe anche negli aspetti più intimi e profondi, avere un’origine non sua il cui elemento fondante è abdicare completamente, preventivamente, al tempo e allo spazio del suo movimento libero. Senza vergogna, facendo finta di non essere i protagonisti della storia della devastazione di noi donne, fino a ieri escluse per legge dalla politica, dal lavoro, dalla vita pubblica e recluse, mortificate in quella privata e oggi ivi escluse di fatto e mortificate ancora nel privato in cui ci spendiamo senza riconoscimento di valore, facendoci carico (troppo?) della cura dell’umano, pretendono di poterci ancora chiedere qualcosa. E lo pretendono, operazione questa ancor più meschina, inventandoci promotrici della nostra perdita. Riassumendo quindi, delineando una idea di uguaglianza che è identità e dunque irrilevanza del segno e riconoscimento del sesso, implicitamente si asserisce che avere un pene di per sé assume valore, non averlo invece no, non averlo significa che il mancato adattamento a contesti delineati su tempi e modi maschili significa non avere meriti. Bisognerebbe invece capire quale giudizio di valore insiste nei processi selettivi, sul lavoro, nella politica e in ogni altro ambito. Ci troviamo dunque di fronte a diversi ordini di problemi: da un lato l’implicito riconoscimento di valore ai soggetti di sesso maschile, che continuano a scegliersi sempre tra loro (e a volte anche dalle donne, ahinoi) e non per merito ma per l’appartenenza al sesso “giusto”, dall’altro un contesto delineato su tempi e modi maschili a cui necessariamente ci si dovrebbe adattare e ancora uno spazio invece “libero” per definizione, che è quello dei lavori di cura o di servizio, sessuale e riproduttivo. Spazi segnati quindi da un implicito disconoscimento del nostro valore, quelli delineati al maschile e spazi segnati da un riconoscimento di valore, quelli femminili, indissolubilmente legati all’asservimento al desiderio altrui. Quale il ventaglio di scelte a nostra disposizione? Preclusi gli ambiti in cui manchiamo di identità al maschile per potervi accedere, spalancati quelli in cui da sempre vorrebbero farci stare: la cura e il servizio. Spazi aperti e desiderabili questi, spazi in cui il nostro desiderio e la nostra libertà sono presunti e affermati per riuscire a nascondere la trappola.

Il femminismo si presenta così oggi indebolito e insicuro, alla ricerca di alleanze che generano confusione e piani di analisi deficitari e impoveriti, confondendo interlocuzione con alleanza

A farsi promotore di questa insana idea oggi purtroppo è anche il femminismo mainstream, incapace di porre al centro delle sue analisi e delle sue proposte il femminismo stesso, quello che sa leggere la realtà nei modi suoi propri, andando alla radice, indagando l’esistente e proponendo un’idea rinnovata di uguaglianza sociale, libertà, autonomia. Il femminismo che sa dire del sapere del corpo liberato dalle sue catene. Accade che il femminismo mainstream invece intercetti i bisogni delle giovani, legittimi, reali, e inserisca in percorsi di lotta elementi che suggeriscono invece una idea di  sottomissione rinvigorita e inneggiante a una libertà che per le donne non sarà mai tale. Accade anche che parte del femminismo si affianchi a realtà del mondo cattolico, dalle quali invece dovrebbe segnare una distanza netta, e capita che intraveda con queste realtà possibili percorsi di condivisione o addirittura ritenga che queste possano insegnare al femminismo qualcosa, sottovalutando le divergenze di presupposti e le conseguenze che potrebbero derivare da tali commistioni per noi donne. Il femminismo si presenta così oggi indebolito e insicuro, alla ricerca di alleanze che generano confusione e piani di analisi deficitari e impoveriti, confondendo interlocuzione con alleanza[5], presentandosi monco di alcuni fondamentali strumenti di analisi che rischiano di essere perduti soprattutto per le giovani donne, giustamente sollecitate a trovare risposte soddisfacenti, ma prive degli strumenti necessari per fronteggiare il presente.

Sappiamo però che “gli strumenti del padrone non demoliranno mai la casa del padrone” [6], sappiamo che il femminismo ha detto e ripetuto che non c’è ragione alcuna per cui una donna debba scegliere di fare sesso a qualcun altro rinunciando al proprio desiderio e senza reciprocità[7] o per cui debba mettere al mondo un figlio per qualcun altro, senza desiderio e progettualità. Sappiamo che, per porre in essere delle scelte libere, la nostra realtà deve cambiare, ciò che ci ostacola ancora deve essere denunciato ed eliminato, gli strumenti di formazioni delle giovani devono essere liberati da elementi che ne ostacolano e distorcono il processo di crescita e di appartenenza ad un sesso a cui deve essere attribuito il suo valore. Sappiamo che ci sono tante realtà di donne, femministe, che lavorano con competenza e determinazione, spesso silenziose e non abbastanza valorizzate. Sappiamo che sarà necessario attribuire centralità al nostro percorso, senza chiedere permessi, da una posizione dichiaratamente femminista, che sappia recuperare i suoi strumenti di analisi e di lotta.

Note
  1. “Il genere è l’indicatore linguistico della opposizione politica tra i sessi. Genere è qui utilizzato al singolare perché, in effetti, non si hanno due generi, ma uno solo: il femminile. Il “maschile” non è un genere, perché il maschile non è il maschile, ma il generale. Ciò che si ha è il generale e il femminile, o meglio, il generale e il marchio del femminile”, M. Wittig (1980), Il punto di vista: universale o particolare? In The Straight Mind and other essays (1992).
  2. Cfr. T. De Lauretis in Alice doesn’t: Feminism, Semiotics, Cinema, Macmillan Press, 1984 e in Sui Generis. Scritti di teoria femminista, Feltrinelli Editore, Milano, 1996
  3. N. Vassallo in Donna m’apparve, Codice Edizioni, Torino 2009, la definisce violenza epistemologica.
  4. Il femminismo ha saputo riconoscere tutte le contraddizioni al suo interno, sesso, razza, classe, specie e, in un percorso di continua interrogazione in relazione con le soggettività femminili, si pone, per la sua storia, autorevolmente come processo di cambiamento reale
  5. In questo articolo di Retefemministaradicale la differenza viene ben spiegata – D – Che cosa hanno in comune alcuni abolizionisti e alcuni regolamentaristi? R – L’assenza di una radice femminista.
  6. Intervento di Audre Lorde degli anni ’80, in cui criticò il femminismo bianco borghese eterosessuale, per una ridefinizione degli strumenti di lotta del femminismo che sapesse riconoscere ed accettare le differenze tra donne dalle quali trarre forza e vigore
  7. A titolo di esempio si citano: Nessuna donna è prostituta. Documenti e lettere sulla prostituzione, Femministe in rivolta, 1986/87; Prostituzione. Quartetto per voci femminili, Kate Millet, Einaudi, 1975; le importanti inchieste giornalistiche di Lydia Cacho su prostituzione e pedopornografia, Schiave del potere. Una mappa della tratta delle donne e delle bambine nel mondo, Lidya Cacho, Fandango Libri, 2010 e della stessa autrice I denomi dell’Eden, Fandango, 2014